FUORICENTRO

FUORICENTRO

Il nostro programma per una limpida scelta di sinistra.

Nasciamo per cantare fuori dal coro.

E’ per questo che ci chiamiamo FUORICENTRO.

PRESENTAZIONE

 

FUORICENTRO sinistra verde solidale

Nasciamo per cantare fuori dal coro, ed è per questo che ci chiamiamo FUORICENTRO.

Siamo convinti che le idee, se sono buone, hanno una forza che le farà radicare e germogliare tra le persone, ma vanno curate e la nostra lista ha questo scopo: coltivare buone idee anche dopo la campagna elettorale, in consiglio comunale e nella città.

La città ne ha bisogno.  La crisi economica ha sconvolto il nostro sistema produttivo, il prestigio e la funzione della nostra città nel contesto regionale e nazionale è in vistoso calo. La “giostra” di eventi messe in campo dall’Amministrazione uscente ha più il senso frustrante di un’azione diversiva che quello rassicurante di una risposta concreta ai bisogni delle cittadine e dei cittadini. Le persone sono più povere, la loro solitudine apre le porte a paure di ogni genere: il lavoro che manca, la precarietà, la difficoltà a gestire i bilanci famigliari, il sistema di piccole aziende in affanno. Non bastano alcune importanti eccellenze per essere tranquilli. C’è un modello di sviluppo da ripensare, le forze del lavoro, della conoscenza e dell’impresa da mettere assieme in una nuova visione strategica. Noi ci candidiamo a farlo.

Partiamo dalla premessa che il pubblico deve svolgere il suo ruolo senza soggezione del capitale privato, ma anzi attraendolo, governandolo e indirizzandolo all’interesse collettivo, che non può scaturire dalla volontà di una cerchia ristretta, ma deve essere il frutto del dibattito pubblico e della partecipazione dei cittadini alle scelte della città. In questo senso vanno declinate le scelte sull’urbanistica, sulla sanità, sulla mobilità, sui servizi pubblici affidate alle aziende.

Un nuovo modello di sviluppo passa per l’assunzione di un nuovo paradigma: la salvezza dell’ambiente naturale, la sostenibilità ambientale e sociale è strada maestra di una nuova cultura dello sviluppo, del vivere sociale, della cittadinanza.

Questo è il quadro in cui collocare un rinnovato ruolo del sistema pubblico, dall’Europa al più piccolo dei comuni. Il mercato da solo non ce la fa, non ce la possono fare le imprese anche quando sono sane e di qualità. Il ruolo degli investimenti pubblici ben mirati, di una pubblica amministrazione moderna, di una politica tariffaria dei servizi giusta e incentivante buone pratiche, di servizi alle persone a partire da quelli educativi, alle famiglie, al territorio degni di una città europea: questi sono i campi in cui si deve qualificare l’Amministrazione.

L’ambientalismo non si limita alle piste ciclabili. La mobilità per essere sostenibile ha bisogno di mezzi pubblici a trazione elettrica che sostituiscano il più possibile l’uso dell’auto. Bisogna aumentare le aree pedonalizzate invece di fare parcheggi a ridosso del centro e della zona mare e azioni simili vanno progettate nei quartieri, in ognuno dei quali devono aumentare le aree sottratte alle auto e restituite alle persone e in particolare ai bambini. 

Il divieto all’uso di plastiche usa e getta e altre regole di rispetto della natura serviranno a tutti noi per cambiare cattive abitudini nella direzione che sappiamo essere giusta, come è successo con la legge che vieta di fumare nei luoghi pubblici.

Ce lo diciamo tutti: è un problema di educazione, è un problema di cultura. In verità è anche un problema di modalità di produrre e di consumare. Allora l’Amministrazione deve incentivare un modello alternativo ai grandi centri commerciali, favorire il vicinato nella produzione e nella distribuzione, fare investimenti affinché si diffondano mezzi elettrici e sistemi distributivi di prodotti che abbattano l’uso della plastica.

Ma è certamente un problema di educazione e di cultura. E allora investiamo in cultura!

L’ex Ospedale Psichiatrico S. Benedetto è l’esempio illuminante. Se vi si farà un albergo, se vi si costruiranno degli appartamenti sarà una occasione culturale drammaticamente perduta. E’ un gioiello abbandonato, una grande occasione per reinventare il centro storico da non svilire in una contrattazione di mercato al miglior offerente. Va costruito un cammino di progettazione partecipata sul modello di Agenda 21, per immaginare con i pesaresi, e specialmente con i giovani,  un’area destinata al verde, alla musica, alle arti visive, allo spettacolo, alla socialità, allo studio, ad incubatori di nuove attività legate alla creatività. Una grande occasione per ridare slancio anche alla Biblioteca San Giovanni. Sono considerazioni che possiamo trasferire alla Biblioteca e ai Musei Oliveriani, ai Mosaici del Duomo così come all’ormai perduta occasione dell’ex Consorzio Agrario sul Porto dove poteva trovare degna collocazione la nostra memoria marinaresca o, infine, al grande patrimonio dei centri storici collinari.

Una città come Pesaro non deve avere periferie urbane. Crediamo che Pesaro debba prestare più attenzione ai quartieri e recuperare le aree marginali. Dovremo mobilitare le forze produttive, le persone e le idee per dare vita ad un grande progetto di recupero degli spazi abbandonati dalla deindustrializzazione che si stanno trasformando in aree di degrado. Pesaro non ha bisogno di modifiche al piano regolatore ma di un Piano di Rigenerazione Urbana lungimirante che connetta le diverse vocazioni turistiche, produttive, di servizio. Ogni luogo deve sentirsi centrale nell’attenzione dell’Amministrazione: questo è sicurezza.  Al contrario con i numeri attuali, senza rigenerazione, molti luoghi rischiano di ridursi ad aree abitate da persone anziane mentre i giovani cercheranno altrove la loro strada: questa è insicurezza.

Le nuove tecnologie, come il G5 e la stampa in 3D, comporteranno profonde trasformazioni del modo di produrre. Il comune può farsi promotore di una politica provinciale e regionale che promuova il capitale umano in connessione con scuole e università, reti d’imprese per la diffusione delle innovazioni e la nascite di imprese. A questo proposito vanno rafforzati gli incubatori d’imprese, rese più efficienti procedure e uffici, valorizzati i soggetti capaci di drenare risorse europee e nazionali per lo sviluppo sostenibile e le smart cities.

Lotta alla povertà che sempre più riguarda anche giovani occupati, oltre alle persone anziane in continuo aumento. In una parola c’è una fragilità diffusa che aumenta quando a queste condizioni si somma realtà con persone che hanno bisogno quotidiano di aiuto. Il modello sociale pesarese, ha retto: questo si dice. Ma è vero solo in parte. Le risorse destinate al sociale hanno consentito di non chiudere servizi, ma se si va a guardare dentro ai servizi e alla qualità delle prestazioni ci si accorge che il dislivello fra domande e risposte è aumentato in termini quantitativi e soprattutto qualitativi. Stabilità delle risorse, stabilità professionale degli operatori, riconsiderazione delle priorità nei bisogni, sono aspetti che richiedono un forte investimento innovativo sul sistema sociale anche a Pesaro. In questo quadro va inserito il tema dell’integrazione degli immigrati. Non è un’emergenza, se mai lo è stata ora non lo è più. Ci sono ampi margini affinché si passi dall’accoglienza all’integrazione come uno degli aspetti della stessa rigenerazione sociale della città.

Regione e Comune stanno gestendo la realizzazione dei presidi sanitari tra Pesaro e Fano in modo poco trasparente, senza dibattito pubblico (previsto per legge). Anche per parlare di ospedale bisogna partire dai bisogni che vengono prima delle strutture e degli organismi aziendali.

Per questo noi vediamo come prioritaria una rete di presa in carico dei bisogni dei cittadini che deve partire dai servizi territoriali, ambulatoriali, di prevenzione, domiciliari e sociosanitari.

Veniamo da una stagione lunga in cui il cittadino è stato visto come un cliente e il servizio come un’azienda economica. Così facendo è aumentato il ricorso al privato e si è fatta strada la dequalificazione del servizio universale pubblico. Basta guardare le liste di attesa e quanto si spende per non aspettare tempi impossibili per la propria cura. Questo circolo vizioso va spezzato.

L’ospedale unico è stato presentato come una gigantesca cubatura di cemento, senza che vengano indicati i parametri delle esigenze reali, affidato ad una impresa privata che intende trovare nella clinica privata di Chiaruccia (Fano) il compimento del suo progetto di business.

Siamo contrari al Project Financing per la costruzione del nuovo Ospedale e preoccupati per l’impatto urbanistico e ambientale dell’intervento. Veneto, Toscana, Sardegna, dimostrano i costi eccessivi per il pubblico che il Project financing comporta. Vogliamo evitare in ogni modo che il coinvolgimento dei capitali privati sia funzionale ad un progressivo depotenziamento dei servizi pubblici che alla lunga minerà l’universalismo del sistema di assistenza aumentando la diseguaglianza delle opportunità.